3 aprile 2025

Dal voto ad Azione al distacco: riflessioni di un socialista liberale

Mi definisco un socialista liberale. Un tempo aggiungevo anche "democratico e libertario", ma oggi credo che basti dire socialista, o al più socialista liberale, con la consapevolezza che non si tratta di un ossimoro, bensì di una visione politica che tiene insieme libertà e giustizia sociale.

Il mio percorso politico parte da lontano: da ragazzo votavo Rifondazione Comunista, poi, a partire dal 2012, ho militato nel PSI a livello locale.

Nel tempo, ho maturato la convinzione che una buona politica debba poggiare su pilastri solidi e non negoziabili: libertà, diritti civili e sociali, giustizia sociale, lavoro, cultura. Tutto il resto è accessorio, se non viene orientato da questi valori.

Quando Carlo Calenda ha lanciato Azione, ho intravisto la possibilità di un progetto finalmente trasversale, capace di superare le gabbie ideologiche tradizionali e i dogmi di destra e sinistra.
Ho visto in Azione una possibile “casa politica” per chi, come me, era deluso dal centrosinistra tradizionale ma non disposto ad arretrare sui principi fondamentali.
Mi colpiva il pragmatismo, la volontà di smarcarsi dai dibattiti sterili per concentrarsi sui problemi concreti del Paese.
Per questo, alle ultime elezioni europee, ho votato appunto Azione.

Ma, strada facendo, sono emerse delle crepe.
Già durante alcune tornate elettorali regionali e amministrative, ho osservato ambiguità nelle alleanze, con appoggi striscianti (o espliciti) a candidati di centrodestra.
Avvisaglie che non ho voluto leggere subito fino in fondo.

Il congresso di Azione tenutosi pochi giorni fa, però, ha fugato ogni residuo dubbio.
Mi aspettavo un chiarimento, una direzione netta.
Ho trovato invece uno spettacolo già visto: la logica della sopravvivenza, il “galleggiamento” a tutti i costi. Ho percepito un partito più preoccupato di aggrapparsi al carro del vincitore, che di costruire un’alternativa credibile.
I toni sprezzanti verso i partiti del centrosinistra, l’applauso a scena aperta a Giorgia Meloni — pur nella retorica del "dialogo istituzionale" — mi hanno provocato disgusto.

Si parla di “responsabilità”, ma temo sia solo un pretesto per lasciare aperta una porta nel caso in cui la Lega, con le sue continue provocazioni, indebolisca la maggioranza.
Mi inquieta l’idea che un partito che dovrebbe contribuire a costruire un’area riformista e progressista possa invece diventare un sostegno, diretto o indiretto, a una destra già pericolosamente forte.

Non credo ancora in un centrosinistra unito e coeso, ma osservo con interesse i primi timidi tentativi di dialogo. E questo è già un passo avanti.
Vorrei vedere meno scontri ideologici e più pragmatismo, purché guidato da un’idea forte di giustizia sociale e attenzione verso chi è rimasto indietro.

Il mio cammino politico con Azione si conclude qui.
Resto fedele alla mia identità e ai miei valori, nella convinzione che esista ancora spazio per un’Italia diversa da quella che ci viene prospettata oggi.

 


 

2 gennaio 2025

PACE: IL CORAGGIO DI SCHIERARSI

Le guerre, come ci insegna la storia, sono il più grande ostacolo al progresso dell’umanità. Nonostante le dichiarazioni altisonanti che a volte cercano di giustificarle, nessuna guerra può essere considerata giusta. Esse rappresentano sempre una sconfitta della ragione e del dialogo. Tuttavia, è necessario riflettere su come affrontarle senza cadere in una sterile neutralità che rischia di minare i valori fondamentali su cui l’Europa e l’Italia sono state costruite: la pace, la democrazia, il rispetto del diritto internazionale.

Gli eventi che hanno dato il via prima al conflitto tra Ucraina e Russia e poi a quello tra Israele e Palestina ci pongono davanti a domande difficili. Da una parte, vediamo popoli che lottano per la loro sopravvivenza e il diritto all’autodeterminazione; dall’altra, governi che calpestano i principi fondamentali del diritto internazionale. In questi contesti, la comunità internazionale – e in particolare l’Europa – non può limitarsi a osservare da lontano.

Essere europeisti significa abbracciare una visione di pace, ma non una pace intesa come passività. Come ricordato dal Presidente Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno, l’Europa e l’Italia si sono schierate contro i totalitarismi e a favore di un ordine internazionale basato su regole condivise. Questo significa che, pur perseguendo con forza la diplomazia e i negoziati, è necessario offrire supporto concreto, sia militare che economico, a chi difende la propria libertà contro l’oppressione.

Le guerre sono antitetiche al progresso umano. Non è un caso che i periodi di pace abbiano coinciso con straordinarie fioriture culturali e artistiche. La musica, ad esempio, ha spesso trovato la sua massima espressione in contesti di stabilità e serenità. La violenza dei conflitti, al contrario, interrompe i flussi creativi, distrugge vite e risorse, e lascia cicatrici profonde che richiedono generazioni per essere rimarginate.

La pace è un valore imprescindibile, ma non deve essere confusa con l’indifferenza. Essere pacifisti oggi significa anche avere il coraggio di schierarsi: contro chi aggredisce, contro chi calpesta i diritti umani, contro chi nega la dignità degli altri popoli.

Mentre ci lasciamo alle spalle un 2024 segnato da troppi conflitti, il nostro sguardo deve rivolgersi al futuro con determinazione. L’anno che si apre offre l’opportunità di concentrare tutti gli sforzi negoziali verso il raggiungimento della pace. Ma perché ciò sia possibile, serve un impegno collettivo e concreto da parte della comunità internazionale.

Italia ed Europa devono continuare a essere fari di speranza e razionalità, dimostrando che la pace è un obiettivo raggiungibile. La loro storia è una testimonianza vivente di come la cooperazione, il dialogo e il rispetto reciproco possano trasformare un continente martoriato da secoli di guerre in una delle aree più pacifiche e prospere del mondo.

In questo complesso equilibrio tra difesa dei diritti fondamentali e ricerca della pace, è fondamentale non perdere di vista i valori che ci definiscono. L’Europa e l’Italia sono nate per offrire un messaggio di pace e progresso, e oggi più che mai devono rimanere fedeli a questa missione. Speriamo che il 2025 sia un anno di negoziati fruttuosi e che la diplomazia possa finalmente prevalere sull’orrore della guerra.