Il mio percorso politico parte da lontano: da ragazzo votavo Rifondazione Comunista, poi, a partire dal 2012, ho militato nel PSI a livello locale.
Nel tempo, ho maturato la convinzione che una buona politica debba poggiare su pilastri solidi e non negoziabili: libertà, diritti civili e sociali, giustizia sociale, lavoro, cultura. Tutto il resto è accessorio, se non viene orientato da questi valori.
Quando Carlo Calenda ha lanciato Azione,
ho intravisto la possibilità di un progetto finalmente trasversale,
capace di superare le gabbie ideologiche tradizionali e i dogmi di destra e
sinistra.
Ho visto in Azione una possibile “casa politica” per chi, come me, era
deluso dal centrosinistra tradizionale ma non disposto ad arretrare sui
principi fondamentali.
Mi colpiva il pragmatismo, la volontà di smarcarsi dai dibattiti sterili per
concentrarsi sui problemi concreti del Paese.
Per questo, alle ultime elezioni europee, ho votato appunto Azione.
Ma, strada facendo, sono emerse delle crepe.
Già durante alcune tornate elettorali regionali e amministrative, ho osservato ambiguità
nelle alleanze, con appoggi striscianti (o espliciti) a candidati di
centrodestra.
Avvisaglie che non ho voluto leggere subito fino in fondo.
Il congresso di Azione tenutosi
pochi giorni fa, però, ha fugato ogni residuo dubbio.
Mi aspettavo un chiarimento, una direzione netta.
Ho trovato invece uno spettacolo già visto: la logica della sopravvivenza,
il “galleggiamento” a tutti i costi. Ho percepito un partito più preoccupato di
aggrapparsi al carro del vincitore, che di costruire un’alternativa
credibile.
I toni sprezzanti verso i partiti del centrosinistra, l’applauso a scena aperta
a Giorgia Meloni — pur nella retorica del "dialogo istituzionale" —
mi hanno provocato disgusto.
Si parla di “responsabilità”, ma temo sia
solo un pretesto per lasciare aperta una porta nel caso in cui la Lega,
con le sue continue provocazioni, indebolisca la maggioranza.
Mi inquieta l’idea che un partito che dovrebbe contribuire a costruire un’area
riformista e progressista possa invece diventare un sostegno, diretto o
indiretto, a una destra già pericolosamente forte.
Non credo ancora in un centrosinistra unito e
coeso, ma osservo con interesse i primi timidi tentativi di dialogo. E
questo è già un passo avanti.
Vorrei vedere meno scontri ideologici e più pragmatismo, purché guidato
da un’idea forte di giustizia sociale e attenzione verso chi è
rimasto indietro.
Il mio cammino politico con Azione si conclude
qui.
Resto fedele alla mia identità e ai miei valori, nella convinzione che esista
ancora spazio per un’Italia diversa da quella che ci viene prospettata oggi.
